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I bambini e il Natale
20 Dicembre 2019
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Il canto degli italiani: storia e significato

Il Canto degli Italiani, inno nazionale della Repubblica Italiana, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, è un canto risorgimentale scritto nel 1847 da Goffredo Mameli, allora giovane studente e fervente patriota, e musicato da Michele Novaro.

Il testo fu scritto in un contesto storico caratterizzato da quel patriottismo diffuso che già preannunciava i moti del 1848 e la prima guerra di indipendenza. Infatti, nel 1848 l’Europa e l’Italia sono attraversate da un’ondata rivoluzionaria.

Dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre 1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell’inno a Torino per farlo musicare dal compositore genovese Michele Novaro, che in quel momento si trovava nella casa del patriota Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e, il 24 novembre dello stesso anno, decise di musicarlo.

Così Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, ricordò nell’aprile 1875, durante una commemorazione di Mameli, le parole di Novaro sulla nascita della musica del Canto degli Italiani:

«[…] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia […]»

L’inno debuttò pubblicamente il 10 dicembre 1847 a Genova quando fu presentato alla cittadinanza in occasione di una commemorazione della rivolta contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca.

Il brano venne proibito dalla polizia sabauda fino al marzo del 1848 in cui fu costituito lo Statuto Albertino. Da questo momento in poi, il Canto degli Italiani conobbe un crescente successo anche grazie alla sua orecchiabilità, che ne facilitò la diffusione tra la popolazione. Però, la sua esecuzione venne vietata anche dalla polizia austriaca, che perseguì pure la sua interpretazione canora, considerata reato politico, sino alla fine della Prima guerra mondiale.

Con il passare del tempo, l’inno fu sempre più diffuso e venne cantato quasi in ogni manifestazione, diventando uno dei simboli del Risorgimento, insieme al canto risorgimentale La bella Gigogin e al Va, pensiero di Giuseppe Verdi.

Fratelli d’Italia

L’Italia s’è desta,

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa.

Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, fu il generale e uomo politico romano vincitore dei Cartaginesi e di Annibale nel 202 a. C. a Zama (attuale Algeria); la battaglia decretò la fine della seconda guerra punica, con la schiacciante vittoria dei Romani. L’Italia, ormai pronta alla guerra d’indipendenza dall’Austria, si cinge figurativamente la testa dell’elmo di Scipione come richiamo metaforico alle gesta eroiche e valorose degli antichi Romani.

Dov’è la Vittoria?

Le porga la chioma,

Ché schiava di Roma

Iddio la creò.

Si riferisce all’uso antico di tagliare i capelli alle schiave per distinguerle dalle donne libere. La dea Vittoria dovrebbe quindi porgere la sua chioma perché le venga tagliata in segno di sottomissione a Roma.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

La coorte era un’unità da combattimento dell’esercito romano, composta da 600 uomini.
“Stringiamci a coorte” vuole dunque essere un’esortazione a presentarsi senza indugio alle armi, a rimanere uniti e compatti, disposti a morire, per la liberazione dall’oppressore straniero.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi,

Perché non siam popolo,

Perché siam divisi.

Raccolgaci un’unica

Bandiera, una speme:

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

Si tratta di un richiamo alla speme (speranza) di raccogliersi sotto un’unica bandiera di unità e di ideali condivisi per un’Italia, quella del 1848, ancora divisa in sette Stati (Regno delle due Sicilie, Stato Pontificio, Regno di Sardegna, Granducato di Toscana, Regno Lombardo-Veneto, Ducato di Parma, Ducato di Modena).

Uniamoci, amiamoci,

l’Unione, e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore;

Giuriamo far libero

Il suolo natìo:

Uniti per Dio

Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

Mameli in questa strofa interpreta il disegno politico del fondatore della “Giovine Italia”: quello di arrivare, attraverso l’unione di tutti gli Stati italiani, alla realizzazione della repubblica. “Per Dio” è un francesismo che significa “attraverso Dio”, “da Dio”, qui inteso come sostenitore dei popoli oppressi.

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

La battaglia di Legnano, del 1176, è quella in cui la Lega Lombarda, al comando di Alberto da Giussano, sconfisse Federico I di Svevia, il Barbarossa. A seguito della sconfitta l’imperatore, sceso in Italia per affermare la sua autorità, fu costretto a rinunciare alle sue pretese di supremazia; scese dunque a patti con le città lombarde, con cui stipulò una tregua di 6 anni, a cui seguì nel 1183 la pace di Costanza in cui dovette riconoscere le autonomie cittadine.

Ogn’uom di Ferruccio

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla,

Ancora un riferimento al dominio straniero: l’uomo citato è Francesco Ferrucci, che nel 1530 difese Firenze dall’imperatore Carlo V.

Il richiamo a tutte le genti d’Italia è al valore e al coraggio del leggendario Balilla, il simbolo della rivolta popolare di Genova contro la coalizione austro-piemontese: si tratta del soprannome del fanciullo, forse un certo Giambattista Perasso, che il 5 dicembre 1746 scagliò una pietra contro un ufficiale, dando l’avvio alla rivolta che portò alla liberazione della città

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

“Il suon d’ogni squilla” significa “il suono di ogni campana”. L’evento cui fa riferimento Mameli è quello dei “Vespri Siciliani”: nome dato al moto per cui la Sicilia insorse dopo 16 anni di dominio angioino (francese) e si diede agli aragonesi (spagnoli). All’ora dei vespri del lunedì di Pasqua del 31 marzo 1282 tutte le campane si misero a suonare per sollecitare il popolo di Palermo all’insurrezione contro i francesi.

Son giunchi che piegano

Le spade vendute:

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d’Italia,

Il sangue Polacco,

Bevé, col cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

L’Austria degli Asburgo (di cui l’aquila bicipite era il simbolo imperiale) era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie di cui erano piene le file dell’esercito imperiale) e Mameli chiama un’ultima volta a raccolta le genti italiche per dare il colpo di grazia alla dominazione austriaca con un parallelismo con la Polonia. Tra il 1772 e il 1795, l’Impero austro-ungarico, assieme alla Russia (il “cosacco”) aveva invaso la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi, l’italiano e il polacco, può trasformarsi in veleno attraverso la sollevazione contro l’oppressore straniero.

Nella versione originaria dell’inno, il primo verso della prima strofa recitava «Evviva l’Italia», Mameli lo cambiò poi in «Fratelli d’Italia» quasi certamente su suggerimento di Michele Novaro stesso. Quest’ultimo, quando ricevette il manoscritto, aggiunse anche un reboante «Sì!» alla fine del ritornello cantato dopo l’ultima strofa

I manoscritti autografi giunti fino ai giorni nostri sono due: il primo, quello originale legato alla prima stesura, si trova presso l’Istituto mazziniano di Genova, mentre il secondo, quello spedito da Mameli il 10 novembre 1847 a Novaro, è conservato al Museo del Risorgimento di Torino. Il manoscritto autografo che Novaro inviò all’editore Francesco Lucca si trova invece a Milano, presso l’Archivio storico Ricordi.

Per decenni si è dibattuto a livello governativo e parlamentare sulla necessità di rendere il Canto degli Italiani, inno della Repubblica Italiana, senza però giungere all’approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto, riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali, fino al 4 dicembre 2017.

Il 30 dicembre 2017 La Repubblica riconosce il testo del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale.

Purtroppo, però, manca ancora il decreto attuativo.

Da 71 anni, incredibilmente, ‘Fratelli d’Italia’ è stato provvisorio: da quando, il 12 ottobre ‘46, il Consiglio dei ministri – allora guidato da Alcide De Gasperi – “su proposta del ministro della Guerra”, stabilì che fosse adottato come inno nazionale per la cerimonia del giuramento delle Forze Armate del 4 novembre successivo: ma, appunto, “provvisoriamente”. Ben tre legislature in questi 71 anni (la 14esima, la 15esima e la 16esima) hanno provato a dare all’inno dignità di legge, ma tutti i progetti presentati hanno iniziato l’esame parlamentare, senza tuttavia essere mai approvati.

Sitografia:

  • Wikipedia, Il canto degli italiani

Focus, Che cosa significano le parole dell’Inno di Mameli

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